sabato 25 febbraio 2012

Studio Critico Introduttivo


Sin dall'antichità o dagli albori dell'Umanità, l'uomo di ogni tempo, di ogni epoca e condizione antropologica, storico-geografica, culturale-religiosa ha cercato - mosso dalla spasmodica e continua ricerca di conoscenza e verità - di interpretare per quanto gli fosse possibile, il mondo, lo spazio in cui viveva, la natura e se stesso, alla luce di una chiara indagine critico-razionale, che gli permise di divenire, nel corso dei secoli, sempre più “sapiente” ed ancora “più cosciente” dei segreti o perlomeno dei meccanismi profondi che erano, e che sono, alla base della nostra vita, del cosmo e, naturalmente, finanche, di quei molteplici problemi che ruotavano attorno all'esistenza umana - quest'ultima ripensata, nell'arco delle ere, alla luce di una conoscenza più scientifica della natura e delle sue forze - che la governano e la rendono sia sul piano fisico, che evolutivo sempre in continuo movimento o trasformazione di cui fa parte, inevitabilmente, anche l'uomo, ed ogni creatura vivente, colti nella loro complessità ed interezza, malgrado quei limiti che sono imposti dalla medesima realtà sensibile.
Si finì così, dapprima, nel mirino di culti o pratiche religiose e dottrine svariate - pre-filosofiche - provenienti prevalentemente dall'Oriente, imbevute di mitologia, di prodigio e di fantasia, conosciute dai molti col nome di “Cosmogonie” (ricordiamo, a tal proposito, le due più famose: quella di Esiodo e quella di Omero), frutto di quella cultura e tradizione popolare antica - derivante particolarmente dal bacino del mediterraneo - che nel corso della storia del pensiero aveva elaborato, una propria analisi, che seppure poteva sembrare originale; in realtà col senno di poi, risultava, alquanto, “bislacca” e “carica d'immaginazione”, dunque, non conforme “alla mera naturalità”. Tuttavia, proprio, perché a questi miti sulla creazione del mondo mancavano, ancora, quelle prerogative tipiche delle teorie scientifiche, che successivamente, si affermò l'aspetto più logico e razionale: il “logos”, che non si limitò a prendere le cose per come esse erano, o potevano apparire agli occhi di un qualsiasi individuo - ovvero, senza alcuna ricerca o indagine, degna di essere definita tale - bensì si pose dei quesiti, delle domande e degli interrogativi, che aprirono “la coscienza umana” e “la nostra mente”, rendendola sempre più “dotta e illuminata”.
Ecco allora, che con il passare del tempo, con l'evoluzione continua della vita e degli organismi viventi di ogni specie e varietà, si giunse alla formazione della prima cellula vivente, che condusse in seguito all’uomo.
In seno all'argomento, vorrei ricordare al lettore, che cosa scriveva lo scienziato, patologo e antropologo tedesco Rudolf Ludwig Karl Virchow (1821-1902): “Omnis cellula e cellula” (ogni cellula nasce da un'altra cellula).
In sostanza, “la teoria dell'evoluzione”, per selezione naturale, formulata dal naturalista britannico Charles Darwin (1809-1882), ancor oggi fortemente discussa dai credenti e non, ha condotto, inevitabilmente, a dover credere che, dopo la cellula-uovo, sia avvenuta, anche la nascita e lo sviluppo di ogni singolo essere vivente; per essere più precisi sì è giunti ad un organismo più evoluto, ovvero “all'Homo sapiens” il quale, grazie alle trasformazioni verificatesi con ritmo sempre crescente nell'ambito della sua stessa sfera biologica e fisiologica come: “l'acquisizione della postura eretta”, “il bipedismo”, “la riduzione dei canini”, “l'espansione del cervello”, “l'utilizzo delle mani”, di conseguenza i numerosi cambiamenti muscolari e scheletrici, l'abilità nel sapere utilizzare i doni che la natura o meglio il territorio, in cui viveva gli offrivano; ed ancora grazie “alla sua intelligenza” e “alle potenzialità applicative”, riuscì a scoprire il modo di lavorare al meglio gli utensili, fino ad utilizzare i metalli, passando così inizialmente per l'età del rame a quella del bronzo; per poi giungere a quella del ferro.
In seguito, quando la capacità del cervello umano raggiunse l'acme dell'espansione e delle potenzialità, i primi “ominidi” riuscirono a trovare, pure, un nuovo modo per comunicare tra loro, diverso da tutto quello che prima era esistito; e cioè non utilizzarono più solo i suoni e i gesti, ma un linguaggio ben articolato, ossia “il linguaggio fonetico”.
Dopo l'evoluzione del sistema fonetico - in queste antiche terre - nacque e si sviluppò, anche, la scrittura, che favorì le prime attività e gli scambi commerciali tra popoli diversi, per cultura e religione, e con essi si incrementarono man mano, in ugual modo, le istituzioni sociali, politiche, religiose e culturali - quest'ultime, poi, segnarono il definitivo distacco dell'uomo dalla scimmia.
Dopo millenni di trasformazioni e cambiamenti non solo ambientali e naturali, si affacciava così la civiltà umana - con il suo bagaglio di esperienze, di sapere o conoscenze, ed ancora con la negazione degli istinti animali e l'origine della coscienza o della consapevolezza - che avrebbe trasformato e dominato la natura, favorendo “quell'ulteriore salto” di qualità prettamente verso l'evoluzione materiale, e, dunque, consentendo la nascita del pensiero Occidentale, fino a dar luogo all'intera storia dell'Universo. A questo proposito - esplicitando ulteriormente quanto è stato detto - si elabora, proseguendo nel ragionamento, che “il cammino umano”, allontanandosi dalla Natura preistorica “dei primati” e “dei primi ominidi” compì realmente un balzo in avanti, verso la realizzazione di un futuro ricco di strumenti tecnologici sempre più sofisticati, che portarono come conseguenza il progresso, il benessere, la ricchezza, la costruzione di macchine sempre più all'avanguardia, e la nascita della scienza - portatrice quest’ultima di una verità certa, definitiva, oggettivamente valida, e ricca di spunti teorici e tecnici - soprattutto in campo medico-scientifico, e, la terapia e la cura delle malattie del corpo, l'allungamento della vita, connesso, proprio, ai progressi scientifici e ad uno stile di vita più salutare, che via via diede origine ad una nuova fase o era: “la modernità”.
In tal modo “i più colti”, “gli illuminati”, “i naturalisti” , “i sapienti filosofi” e “i fisici-matematici” scandagliavano con i loro giudizi e le loro nozioni, “il perché delle cose”, “il perché della vita”, “il perché della morte”, concentrandosi, particolarmente, proprio sulla ricerca della felicità, del piacere, del godimento, anche se effimero dei beni naturali e non, o indagavano sui problemi esistenziali, cosmologici, politici e religiosi, ed ancora ponevano l'attenzione sulle infinite sfumature della realtà, dell'Universo, della natura e del suo rapporto con l'uomo, anche, se non mancarono, in tal senso, “le dispute e le accese polemiche”.
È, infatti, comune a molti di questi primi filosofi pagani e alle loro concezioni, l'idea di dover attingere a tutti i costi la verità, per poter così accedere ad una conoscenza della realtà più concreta, certa, indiscussa ed oggettiva. Ora, muovendo da queste prime considerazioni, che portano sempre a nuovi spunti di riflessione, a cavallo tra un secolo e l'altro, ecco che, alcuni pensatori ricercarono la verità, “in una visione metafisica e trascendente”, oggi, diremmo, alquanto astratta ed ultra terrena; piuttosto riconducibile all'idea di Dio e alla sua esistenza; altri studiosi, al contrario, non contenti dei sogni e delle illusioni, la individuarono in un percorso conoscitivo più certo e definito, decisamente “più scientifico”, secondo le regole e gli schemi dell'intelletto umano.
Di li a poco, nacquero le prime scuole di pensiero, legate ognuna all'uno o all'altro sapere; ed ancora i primi studi - che si collocavano sempre sul piano filosofico - ovvero si incentravano su diversi interrogativi, e riflettevano sul mondo e sull'uomo, sulla relazione con Dio, indagando sul vero senso o significato dell'essere e dell'esistenza umana, prefigurando, inoltre, il tentativo di studiare e definire pienamente la natura, accanto alle possibilità e ai limiti della conoscenza umana.
Ripercorrendo a ritroso, dunque, le fasi del sapere umano o della cultura tradizionale, si pervenne, così a due concezioni o prospettive: una più scientifica, fondata sull'intelligenza e sulla curiosità - caratteristiche, queste, tipiche dello scienziato - che mai pago della conoscenza sensibile cerca sempre di indagare e scoprire cosa c'è “sotto ogni cosa” o come funziona “ogni cosa”, elaborando sempre nuove teorie, finalizzate al progresso e al benessere della natura e dell’intera Umanità; l'altra più filosofica e/o religiosa, legata ai dogmi, alla spiritualità e alla fede, che conduce non tanto all'azione umana, quanto all'astrattismo e, dunque, ad una visione più escatologica del mondo e dell'azione dell'uomo: ovvero, ci guida - non senza un minimo di perplessità - a credere, persino, nell'esistenza “della vita oltre la morte” e, pertanto, nel desiderio di poter “vivere per sempre”. In proposito, ad avvalorare quest'ultima analisi, ecco cosa scriveva, il celebre filosofo olandese Baruch Spinoza (1632 - 1677): “Sopportando l'uno e l'altro volto della fortuna, giacché tutto segue dall'eterno decreto di Dio con necessità”, per cui “Non odiare, non disprezzare, non deridere, non adirarsi con nessuno, non invidiare in quanto negli altri come in te non c'è una libera volontà, tutto avviene perché così è stato deciso”.
Ed ancora, riguardo a queste prime ed attualissime riflessioni, ecco che cosa scriveva il filosofo greco Platone (427 a.C. - 347 a.C.), in uno dei suoi famosi dialoghi, il “Teeteto”: “É proprio del filosofo questo che tu provi, di esser pieno di meraviglia; né altro cominciamento ha il filosofare che questo”...(...). Successivamente sarà il filosofo e scienziato stagirita Aristotele (384 a.C. o 383 a.C - 322 a.C), nel primo libro della Metafisica, a perfezionare, ulteriormente, le considerazioni fatte dal suo illustre maestro, scrivendo: “Tutti gli uomini tendono per natura al sapere. Lo segnala il loro l'amore per le sensazioni, amate per se stesse, indipendentemente dall'utilità, preferita tra tutte la vista, non solo in vista dell'azione, ma anche senza intenzione pratica. Il motivo è che, mostrando la molteplicità delle differenze, la vista fa acquisire più delle altre sensazioni (nuove) conoscenze. Per natura gli animali sono dotati di sensibilità, da cui in alcuni nasce la memoria, in altri no. Perciò i primi sono più intelligenti e (980 b) più capaci di imparare rispetto a quelli che non sanno ricordare. Sono intelligenti, ma senza capacità di imparare, quelli che non possono udire i suoni (come l'ape e ogni altro genere similare). Invece, quelli che, oltre la memoria, hanno anche l'udito imparano (meglio). Mentre gli altri animali vivono di immagini e ricordi e partecipano poco all'esperienza, il genere umano vive di attività tecniche e razionali”…(...).
E così, man mano che il tempo passava e la razionalità prendeva inesorabilmente sempre più il sopravvento, domandandosi fortemente quale fosse ad esempio “il principio misterioso,” o “archè” che dava origine a tutta la vita, all'esistenza di ogni essere vivente, o particella, molecola, ecc.; tuttavia, anche, quel forte bisogno di filosofare spingeva i più sagaci, i più arguti ad avvalorare, maggiormente, l'una o l'altra prospettiva (l'indagine filosofica o l'indagine scientifica), che condizionerà, in seguito, inizialmente tutto il pensiero classico ed ellenico; e più tardi, persino, il pensiero Occidentale - che sarà, viceversa, portatore di tecnologia, progresso, ottimismo e benessere in ogni campo delle scienze umane (Cfr. G. Fornero, Concetto e critica del romanticismo ottocentesco nel pensiero di Nicola Abbagnano, in Rivista di storia della filosofia, XXXIX, 1984, fasc. III, pp. 551-570: “La storia è progresso necessario e continuo in cui si vive attuando o manifestando l'Umanità nel suo sviluppo progressivo”).
A questo punto, ripercorrendo tutto il tempo passato, è storicamente accreditato, che noi assistiamo alla diffusione di questi due modelli, con cui si interpreterà “la realtà omnia”, che iniziati in età remota, culmineranno - passando per il Seicento e il Settecento, ed ancora per la prima metà dell'800 - nella nascita del Positivismo, in Francia, e consolideranno sempre più quella spaccatura tra l'indagine teorica e umanistica, e l'indagine tecnologica e scientifica, ovvero sperimentale; dal momento che, già, precedentemente con il filosofo e politico inglese Bacone (1561-1626), successivamente con il filosofo e matematico francese Cartesio (1596-1650); e poi, con l'illustre fisico, astronomo, filosofo e padre della scienza moderna, Galileo Galilei (1564 - 1642), era mutato il modo di osservare la natura - non più “buona o cattiva”, quasi “umanizzata” - ma strutturata secondo quei fenomeni che vanno osservati, sperimentati, quantificati, misurati; e solo in un secondo tempo, si potranno formulare delle ipotesi, delle teorie o principi e leggi, grazie anche all'apporto di nuove metodologie e scoperte scientifiche- astrologiche, come il cannocchiale o il microscopio.
Eppure, se da un lato la mente umana si apriva, maggiormente, alla meraviglia e allo stupore dell'esistenza - e la ragione si imponeva sul “senso comune”- dominando anche gli impulsi primordiali - dall'altra parte si assaporava, “un'amara verità”, e cioè: “che tutto il vivere, tutto il creato erano segnati dalla sofferenza, dalla malattia, dall'insicurezza; e di conseguenza anche l'intera esistenza umana e di ogni creatura, ruotavano intorno al dolore”!
E non solo questo, per essere più precisa, la vita dell'uomo era contrassegnata, soprattutto, dall'angoscia profonda connessa alla morte, che appariva come “un evento innaturale”, proprio perché scuoteva gli animi, turbava l'ordine naturale di ogni cosa, ed ancora, improvvisamente, troncava quella normalità e quella quiete, scandite dallo scorrere del tempo, delle stagioni e di ogni giorno; cosicché la perdita di una persona cara e non, creava dolore, sconforto, senso di impotenza e prostrazione!
Eppure, questa condizione, non era l'unica, a volte la morte poteva essere concepita, anche, come il ritorno dell'“individuale nell'universale”, il congiungimento del “finito o limitato con l'Assoluto”; oppure per esorcizzarne la paura, attraverso di essa, si acquisiva una dimensione diversa da quella terrena, ovvero più spirituale (l'uomo poteva vivere una nuova vita, divenendo “immortale”) e ci si proiettava, quindi, verso una dimensione nuova, libera da ogni dolore, corruzione e peccato, riconducibili sempre alla materia sensibile, dunque, al corpo. Non dimentichiamo, infatti, che proprio quest'ultimo tentativo di spiegazione ha prodotto nel Cristianesimo quella concezione, che, malgrado la vita, e sebbene ci sia ogni forma di progresso e di bellezza nella società e nel mondo, l'uomo prima o dopo muore e lascia la sua dimora terrena - segnata purtroppo, anche, dal dolore e dalla morte, per colpa del peccato commesso dal primo uomo, Adamo - però questo avvenimento non ci deve rattristare, perché la sua anima continuerà a vivere anche dopo la morte nella dimora eterna, immortale fatta di ristoro, luce e beatitudine (il paradiso) o di fuoco, buio, tormento e dolore (l'inferno); aspettando poi la resurrezione finale, dopo il Giudizio Universale e la venuta gloriosa di Cristo nuovamente sulla terra.
Riporto ora il passo di Matteo che chiarisce quanto dicevo prima: “E questi andranno nelle pene eterne e i giusti nella vita eterna” (Mt. 25:46).
In questa prospettiva cristiana e di profonda fede, dunque, non solo la sofferenza, ma anche la morte assumono un aspetto diverso e l'anima resta viva, ugualmente cosciente, ugualmente attiva come durante la vita terrena.
In tal modo, si comprende benissimo come, malgrado ci fosse una indagine critica, oserei dire nitida e razionale, tuttavia era ancora presente, la rappresentazione mitica o fantastica, sia nel sapere Orientale, che nelle colonie greche del Mediterraneo, con cui si cercava di allontanare dalla realtà del mondo, proprio il dolore, la malattia, le paure, come: la vecchiaia, i cataclismi, i terremoti, il forte senso di precarietà e caducità, che accompagnavano la vita di ogni organismo vivente, persino dell'uomo, che si distingueva dalla massa, proprio, perché possedeva la “ragione”, il “logos”. Spesso, rifacendosi sempre a questa prospettiva passata, non si può tralasciare, di menzionare, anche, l'altro aspetto interessante, presente sempre nelle culture mitiche e nei rituali religiosi dell'Oriente intero; e cioè la credenza “nella reincarnazione” o “nella trasmigrazione” delle anime, dopo la morte in un altro corpo, che poteva essere umano, animale o vegetale.
Questa idea, la si trova bene espressa, marcatamente, nella dottrina del filosofo e matematico greco Pitagora (570 a.C. - 495 a.C.), che rifacendosi “ai misteri orfici e all'orfismo” ci parla della morte come “se essa fosse il passaggio a una nuova forma di vita”.
In questo senso, i pitagorici sostenevano che, ogni singolo uomo è precipitato sulla terra, a causa “di una colpa originaria”, per cui è costretto “a trasmigrare da un corpo a un altro”, non solo nei corpi di altri uomini; ma anche di piante e animali. Per liberarsi da questa catena ciclica di successive morti e di rinascite, occorre ritornare allo stadio di purezza originaria - eliminando ogni traccia di male e negatività - ed ancora dedicarsi alla contemplazione disinteressata della verità, praticando i rituali sacri di iniziazione, di catarsi e di purificazione.
Si narra, che un giorno, mentre Pitagora passasse vicino a qualcuno che maltrattava un cane, abbia detto: “Smettila di colpirlo! La sua anima la sento, è quella di un amico che ho riconosciuto dal timbro della voce”!
Al di là dell'aneddoto, ulteriore risonanza in seno all'argomento si ebbe, permettetemi di dire, ancora una volta con il filosofo, tanto caro a tutta la tradizione del pensiero greco, Platone, che fa della reincarnazione la base per strutturare il suo pensiero “sull'innatismo della conoscenza”. Chiaramente, per far questo, lui ricorre, ancora una volta, non tanto alla razionalità, quanto al racconto mitico; e difatti tra i tanti miti narrati dal pensatore, vorrei citare il “mito di Er”, che viene posto al termine della Repubblica (libro X). Ma chi era Er? Er era un soldato, proveniente dalla Panfilia (regione mediterranea dell'Asia Minore), che morto in battaglia, ritorna in vita per rivelare agli uomini i segreti dell'oltretomba. In sintesi, tutta la vicenda, ricorda la narrazione di una vera e propria esperienza di pre-morte, vissuta da un comune uomo, nel caso specifico, un valoroso guerriero.
Ma leggiamo, alcune parti del racconto, oserei dire alquanto commovente, affascinante, emblematico e ricco di spunti interpretativi, che qui è riportato, per esaminare ulteriormente la concezione o il punto di vista di quel tempo. Ecco quanto scrive il filosofo: “Er figlio di Armenio, di origine panfilica. Costui era morto in guerra e quando, al decimo giorno, si portarono via dal campo i cadaveri già decomposti, fu raccolto intatto e ricondotto a casa per essere sepolto; al dodicesimo giorno, quando si trovava già disteso sulla pira, ritornò in vita e raccontò quello che aveva visto laggiù. Disse che la sua anima, dopo essere uscita dal corpo, si mise in viaggio assieme a molte altre, finché giunsero a un luogo meraviglioso nel quale si aprivano due voragini contigue nel terreno e altre due, corrispondenti alle prime, in alto nel cielo”...(…). “Così vide le anime che, dopo essere state giudicate, partivano verso una delle due voragini del cielo o della terra; dall'altra voragine della terra risalivano anime piene di lordura e di polvere, dall'altra posta nel cielo scendevano anime pure. Quelle che via via arrivavano sembravano reduci come da un lungo viaggio; liete di essere giunte a quel prato, vi si accampavano come in un'adunanza festiva. Le anime che si conoscevano si abbracciavano e quelle provenienti dalla terra chiedevano alle altre notizie del mondo celeste, e viceversa. Nello scambiarsi i racconti delle proprie vicende le une gemevano e piangevano, al ricordo di quante e quali sofferenze avevano patito e veduto durante il viaggio sottoterra (un viaggio di mille anni), mentre quelle provenienti dal cielo riferivano le visioni di beatitudine e di straordinaria bellezza che avevano contemplato”...(…). “Quando ormai era scesa la sera, si accamparono presso il fiume Lete, la cui acqua non può essere contenuta in nessun vaso. Poi tutte furono costrette a bere una certa quantità di quell'acqua, ma le anime che non erano protette dalla prudenza ne bevevano più della giusta misura; e chi via via beveva si dimenticava ogni cosa. Dopo che si furono addormentate, nel cuore della notte scoppiò un tuono e un terremoto, e all'improvviso esse si levarono da lì per correre chi in una, chi in un'altra direzione verso la nascita, filando veloci come stelle. Ma a Er fu impedito di bere l'acqua; non sapeva come e per quale via fosse tornato nel corpo, ma all'improvviso riaprì gli occhi e si vide disteso all'alba sulla pira”…(…).
Tuttavia, la filosofia greca, rispetto alla filosofia Orientale - quest'ultima capitanata dall'Induismo, dal Buddismo, dal Taoismo, dall'Ebraismo e dall'Islamismo, che vedevano nella casta sacerdotale quel potere assoluto e decisionale - aveva sempre una sua originalità e affermazione, proprio, perché essa derivava dal modello di vita delle poleis (città-stato) che promuovevano al loro interno la democrazia, il dibattito e la discussione tra i cittadini ateniesi.
Queste vicende politiche, economiche e culturali - al di là delle tradizioni rituali e dei costumi - nel corso del tempo fecero di Atene “la culla” della filosofia e della libertà greca. A testimonianza di quanto è stato detto, ed ancora, in cima alle prime fasi di questa mia riflessione, appare chiaro che la filosofia, prima ancora della scienza, e prima ancora dei numerosi benefici, ottenuti, grazie anche alla ricerca medica, sia stata, storicamente, quello strumento teorico e pratico, capace di condurre l'uomo alla felicità; in altre parole, essa ha rappresentato e rappresenta oggi, più di ieri, quel possibile tentativo “di liberare l'uomo dal dolore e dalle paure, che da sempre lo accompagnano, dal suo nascere alla morte, lungo il suo percorso di vita”.
Successivamente, sarà il paradigma tecnico-scientifico moderno a risollevare - con il suo ottimismo, con le sue conquiste, con i suoi mezzi economici e la produzione di farmaci sempre più miracolosi - l'uomo di tutti i giorni dalle numerose paure, dall'ansia che rendono l'esistenza umana e collettiva ancora infelice; sottoponendolo sempre più a terapie di ringiovanimento e difesa dalle malattie. Tutto questo, per garantirsi l'eternità, l'immortalità e sopravvivere per sempre!
Scrive il filosofo tedesco Arthur Schopenhauer (1788-1861) nell'Opera più famosa, Il mondo come volontà e rappresentazione: “Ad eccezione dell'uomo, nessun essere si meraviglia della propria esistenza (…). La meraviglia filosofica (…) è viceversa condizionata da un più elevato sviluppo dell'intelligenza individuale: tale condizione però non è certamente l'unica, ma è invece la cognizione della morte, insieme con la vista del dolore e della miseria della vita, che ha senza dubbio dato l'impulso più forte alla riflessione filosofica e alle spiegazioni metafisiche del mondo. Se la nostra vita fosse senza fine e senza dolore, a nessuno forse verrebbe in mente di domandarsi perché il mondo esista e perché sia fatto proprio così, ma tutto ciò sarebbe ovvio” (…).
A riguardo è importante ricordare, anche, un altro filosofo greco, Epicuro (341-271 a.C.), che “nell'Epistola a Meneceo” considera la filosofia come un “quadrifarmaco”, ovvero “la filosofia come medicina dell'anima”, capace cioè, di liberare l'uomo da quelle quattro paure, che da sempre attanagliano il suo animo, causando prostrazione e angoscia.
Ecco in sintesi, che cosa scriveva il filosofo dell'isola di Samo: “Meneceo, mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. A qualsiasi età è bello occuparsi del benessere dell'animo nostro. Chi sostiene che non è ancora giunto il momento di dedicarsi alla conoscenza di essa, o che ormai è troppo tardi, è come se andasse dicendo che non è ancora il momento di essere felice, o che ormai è passata l'età. Ecco che da giovani come da vecchi è giusto che noi ci dedichiamo a conoscere la felicità. Per sentirci sempre giovani quando saremo avanti con gli anni in virtù del grato ricordo della felicità avuta in passato, e da giovani, irrobustiti in essa, per prepararci a non temere l'avvenire” (…). “Se non fossimo turbati dal pensiero delle cose celesti e della morte e dal non conoscere i limiti dei dolori e dei desideri, non avremmo bisogno della scienza della natura”…(…).
Per intenderci, il geniale Epicuro, al pari di un medico odierno, mette in atto una rassicurante e benefica terapia d'urto, ed elabora così, per ogni paura o male, la giusta cura.
Ecco, in breve, che cosa prescrive: “non bisogna temere gli dèi”, perché gli dei sono perfetti, beati ed eterni, abitano negli intermundia, cioè lo spazio tra i mondi reali; e per tale motivo, per non contaminare la loro natura divina, non si interessano delle faccende degli uomini mortali e non impartiscono loro premi o punizioni; ed ancora proseguendo nel rimedio dice: “non bisogna temere la morte”, perché quando noi ci siamo ella non c'è, quando lei c'è noi non ci siamo più; e via discorrendo aggiunge, anche, che: “non bisogna temere il dolore fisico” perché se il dolore è lieve, è sopportabile; qualora diventasse forte porterebbe inevitabilmente presto alla morte; e per concludere esorta a “ricercare il piacere”, cercando di soddisfare sempre quei “bisogni naturali e necessari”, senza eccedere; ma accontentandosi della propria vita, e godendo ogni momento come se fosse l'ultimo.
Eppure, mi piace, richiamare ancora una volta, l'attenzione del lettore, proprio su un altro aspetto, che a mio avviso, non andrebbe tralasciato, e che va a chiudere la mia attenta analisi di presentazione a questa bellissima opera scritta dall'illustre studioso/ricercatore Stelvio Nunziata; e cioè, malgrado siano cambiati i tempi, i valori e i costumi, l'uomo, colto, istruito, della nostra era moderna, sembra aver mantenuto quella condizione di insicurezza, di brutalità, di pazzia e ferocia, per non parlare di aggressività, che appartengono al nostro passato animale - quasi una sorta di zavorra - che lo porta a praticare nei riguardi del suo simile e di tutti gli esseri viventi azioni rivolte più al male che al bene; e difatti, malgrado i cambiamenti positivi che ci sono stati, e che continuano ad esserci - se si pensa al fatto che l'uomo è riuscito, pure, ad evolversi, grazie alla tecnologia che gli ha permesso di costruire astronavi per viaggi spaziali, ed ancora molte sono le scoperte e le innovazioni tecnologiche soprattutto in campo medico-scientifico (a partire dal XIX e XX sec.); per non parlare poi di nuovi farmaci, vaccini, cure, ricerche e scoperte in ogni settore della medicina - che garantiscono cura, prevenzione e salute - tuttavia, bisogna prendere anche atto, a malincuore lo dico, che c'è ancora molta strada da fare, per riuscire a liberarci del tutto dalla paura della morte e delle malattie, dalle guerre, dagli omicidi, dalle armi di distruzione di massa, dal nichilismo, dallo sfruttamento ecologico e ambientale, se è vero che l'essere umano possiede sensibilità e pensiero, allora dovrà far valere la propria ratio, dominando la natura e le sue risorse, con tecniche di controllo e sfruttamento scientificamente eque, di salvaguardia di ogni elemento.
Solo così, ci sarà quel miglioramento di vita tanto auspicato non solo per l'uomo, ma per ogni ente, animale e vegetale; ed ancora quando si realizzerà pienamente l'integrazione dei due modelli: filosofico-teologico e scientifico, allora, si potrà parlare di vero progresso corroborato dalla vera “rivoluzione scientifica”. Questo saggio, pertanto, non vuole solo far emergere la bravura dell'Autore, che è riuscito a condensare nel libro - argomenti di un forte e profondo impatto emotivo, e di grande interesse filosofico, scientifico e culturale - giacché, egli scrive con sagacia, rigore/determinazione, e buona capacità sintetica, senza tediare o appesantire in alcun modo il lettore, ma con acume e leggerezza di bravo ricercatore, senza forzature e imposizioni, rispettando l'una o l'altra ricerca e teoria, su argomenti cruciali e sempre attuali, come: l'invecchiamento, la morte, l'eterna ricerca dell'immortalità, la malattia, che possono toccarci da vicino e non solo; o ancora ci parla delle meravigliose scoperte mediche e sanitarie, che rimandano il lettore a dover vagliare e ad indagare sugli approfondimenti medici, sanitari e sulle numerose scoperte scientifiche, avvenute negli ultimi venti anni, perdendosi sempre più in quei meandri del ragionamento, che non conosce mai fine o conclusione. Pertanto, questo libro, ricchissimo di note, di spunti interpretativi, si avvale anche del contributo medico-scientifico di illustri Professori, Scienziati, Premi Nobel della medicina, Biologi molecolari ed Evoluzionisti, ed ancora delle scoperte recenti compiute dai giovani Ricercatori medici di tutto il mondo, che ogni giorno - sforzandosi e impiegando, oltre al proprio tempo, anche incendi somme di denaro, al chiuso dei loro laboratori - studiano le cellule (un esempio sono le ultime scoperte condotte sulle cellule staminali; e difatti c'è un campo, per il quale l'uso delle staminali embrionali sarebbe molto utile: la ricerca biomedica. In breve, con le embrionali c'è la possibilità di creare tessuti umani), cercando la cura che possa guarire definitivamente quei terribili “morbi” del corpo e dell'anima, che affliggono l'intera Umanità, senza via di scampo, quali: l'AIDS (o sindrome da immunodeficienza acquisita) e il tumore; oppure si industriano nel tentativo di garantire all'uomo “l'elisir di lunga vita” (la leggendaria pozione o elisir capace di donare la vita eterna e l'immortalità a chiunque lo beva) o ancora una vita più felice e più sana, libera da ogni epidemia.
Basti considerare, a tal proposito, che ogni anno sono all'incirca 600.000 le persone che si ammalano di cancro; e la maggior parte di queste muore di tale malattia, tra indicibili dolori e sofferenze!
Con ciò, infatti, non si vuole sminuire l'operato dei medici e dei ricercatori perché, nonostante questi dati, non va tralasciato il fatto, che ci siano stati dei progressi per quel che riguarda la cura chemioterapica e la terapia radiante; per non parlare poi della miglioria, che ha interessato la tecnica chirurgica e lo studio approfondito, anche, sull'alimentazione, capace di tenere sotto controllo gli effetti devastanti della malattia in alcuni pazienti. Scrive lo psicologo Robert Betz: “Ogni essere umano desidera un'esistenza appagante e piena di soddisfazioni, eppure molti di noi vivono nella coscienza della mancanza: ci “manca” questo, “abbiamo bisogno” di quest'altro. Viviamo una vita scialba, in cui ci sembra manchi la gioia di vivere. Andiamo a lavorare controvoglia, facciamo sacrifici per gli altri, senza sapere cosa vogliamo realmente e ignorando cosa ci rende felici. Una vita priva di consapevolezza, triste e piena di incertezze”...(...). Non sorprende, allora, se dico che l'Autore ha dimostrato abilità, capacità - oserei dire - una certa autorevolezza, nel trattare ogni notizia scientifica, contenuta in questo brillante studio, un excursus storico ricco di riferimenti fantastici, storici, scientifici che può essere letto da tutti, ed analizzato e divulgato - indipendentemente dalla propria formazione culturale o dal proprio credo religioso - con animo libero da ogni condizionamento e dogma; inoltre all'interno della sua ricerca non esiste un singolo studio, o modello interpretativo; ma tanti approcci, tante metodologie e schemi scientifici, che si intersecano fra loro creando una enorme rete di informazioni, che ampliano le nostre conoscenze.
È altrettanto importante comprendere: “l'importanza delle nuove ed emergenti tecnologie mediche, che smontano le idee storiche di morte e dell'Io”, ed ancora: “Il corpo è solo una macchina complicata. Non c'è componente del corpo che non possa essere riparata o sostituita, almeno in linea di principio”...(...). “È non c'è ragione sociologica per credere che le nostre conoscenze mediche, biologiche e tecnologiche, in costante accelerazione, non continuino a produrre una durata della vita crescente”...(...), come scrive il Nostro puntiglioso e meticoloso ricercatore.
Durante un mio incontro con l'Autore, alla domanda sul perché avesse scritto questo libro, così ricco di notizie, che muovono la nostra riflessione sull'uomo - colto nella sua mera condizione esistenziale, empirica; in altri termini nella sua totalità o interezza - Egli mi rispose: “Ho scritto questo libro, ispirandomi allo slogan della campagna londinese contro l'AIDS, che diceva testualmente: “DON’T DIE OF IGNORANCE”! Non morite di ignoranza!.
Ma cosa vuol dire la parola “ignoranza”? E soprattutto perché l'Autore la utilizza, come chiave di lettura, per comprendere appieno il significato di tutto il suo meraviglioso contributo?
Troviamolo questo filo di Arianna e dipaniamo la matassa!
Ancora una volta è il pensiero filosofico greco a venire in nostro aiuto; e nello specifico è il filosofo Socrate (470/469 a.C. - 399 a.C.), che afferma: “Una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta dall'uomo”, dunque, “l'ignoranza è l'origine di tutti i mali”. Senza dubbio, l'affermazione è più che giusta, se si pensa al fatto, che se noi ignoriamo la conoscenza di qualcosa, allora noi non potremmo mai argomentare su essa, e non solo, basti pensare, anche, che non riusciremmo a dire se un punto di vista è corretto o sbagliato; ed ancora non potremmo far crescere il nostro bagaglio di conoscenze o di esperienze!
Senza dubbio, oggi, si riscopre fondamentale il dover correre alla medicina e all'aiuto di medici specializzati, per evitare la morte prematura o la malattia; si dice, infatti, comunemente: “meglio prevenire che curare”; ma questo non sarebbe possibile o risulterebbe azione vana, se vivessimo nella mancanza di conoscenza, non avremmo neppure quella spinta a comprendere la vita e le sue molteplici sfumature; ed ancora non ci sarebbe l'aspettativa per un futuro migliore ricco di scoperte, di progresso scientifico o farmaceutico, e di benessere.
Non ci sarebbe più futuro per noi, per i nostri giovani e i nostri figli!
Insomma, ripiomberemmo nei secoli più bui della storia umana, nel baratro dell'indifferenza, dell'egoismo, dei pregiudizi, dell'ignoranza e della stupidità, per non parlare poi di arretratezza, animalità e precarietà. Non si potrebbe parlare né di passato, né di presente e né di futuro!
Non avrebbe senso, neanche, parlare di un'“evoluzione della specie umana” o di “teoria dell'evoluzione”, dato che al di là della selezione naturale, fu proprio l'evoluzione, il linguaggio, la cultura - indipendentemente dalle condizioni storico-geografiche - a favorire la nascita della società umana, delle leggi e dell'etica, che spinsero sempre più l'agire umano a ricercare la felicità, il piacere evitando il dolore.
A comprovare quanto è stato detto, è interessante notare che cosa scrive il filosofo, politico e storico italiano Benedetto Croce (1866-1952): “Non così verso gli antenati che ci assegna il Vico i quali hanno in fondo al cuore una favilla divina, e Dio temono, e a lui pongono are, per lui sentono svegliarsi il pudore e fondano i matrimoni e le famiglie e seppelliscono i morti corpi, e per quella favilla divina creano il linguaggio e la poesia e la prima scienza che è il mito. In questo modo la preistoria, dove accade che sia innalzata veramente a storia, ci mantiene dentro l'umanità e non ci fa ricascare nel naturalismo e nel materialismo”.
Ecco allora, che si comprende l'importanza dell'essere dotti, dell'essere desiderosi di nuove mete, scoperte e conquiste in ogni campo; ed ancora dell'essere in grado di interpretare correttamente ogni situazione, ogni realtà allontanando da noi il dolore, e tutto ciò che può nuocere alla crescita di ogni essere vivente, e al suo sviluppo psico-fisico; aiutandoci gli uni con gli altri, riscoprendo la solidarietà e il dialogo; solo così, avrà avuto senso l'evoluzione umana e ogni teoria speculativa.
La scienza soprattutto quella bio-medica deve liberamente e incessantemente produrre, e deve garantire impegno, competenza professionale e la salute pubblica di tutti i cittadini; e al primo posto deve garantire la cura e il rispetto della dignità di ogni paziente.
Prima di concludere, vorrei esprimere un ringraziamento al Dott. Atanasio Bisignano, Titolare della Casa Editrice Cliodea, che ha spronato il Nostro Autore, Stelvio Nunziata, a pubblicare prontamente questo suo interessantissimo e corposo saggio, ricco di note e riferimenti anche a fatti concreti e a notizie scientifiche aggiornate.
Auguro all'esordiente Stelvio, con tutta la stima affettuosa e il rispetto che ben merita, il successo sincero per la pubblicazione di tanti altri bei lavori come questo, realizzato con il suo unico impegno, serietà, talento, originalità ed un ad maiora semper.

Prof.ssa Donatella Bisignano (Docente, Pubblicista - Resp. Ufficio Stampa e Comunicazione della Casa Editrice)

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